Elizabeth Fraser & Cocteau Twins: le parole non servono…
C’è qualcosa di magico nella voce, che ti permette di scinderla dalle persone che la generano.
E’ quella cosa che ti permette di immaginare, di sognare.
E’ lo stesso rapporto che c’è tra parola scritta e il suo potere rappresentativo. Qualcosa che prescinde l’oggettività e sfocia senza controllo nella soggettività.
Prendete Elizabeth Fraser e il suo canto nell’esperienza Cocteau Twins. Non ho mai sentito niente di più immaginifico, sognante e irreale di queste canzoni. Il suo volteggiare inafferrabile, sostenuto da testi altrettanto impalpabili, volti solo alla ricerca del suono è una delle più belle esperienze di ascolto che si possano immaginare.
E’ per questo forse che io non ho mai sentito il bisogno di vedere la sua faccia, di capire chi era e come si muoveva Elizabeth Fraser. Mi è sempre bastata la sua voce. E credo che questo sia un dono che poche voci possono vantare.
Tutto questo con un tappeto sonoro forse un po’ datato (un difetto che gli anni ’80, con gli eccessi resi disponibili dalla tecnologia digitale, si portano dietro in quasi tutte le esperienze musicali dell’epoca) ma estremamente funzionale al raggiungimento di quello che è forse il principale intendimento della forma musicale: il far sognare, alimentare l’immaginazione, decifrare l’inconscio e in fondo creare un mondo parallelo all’interno del quale superare le differenze, di qualunque genere esse siano.
[...] già scritto di lei . Ma non so se sia scrivere la cosa giusta da fare con lei. Suggerirei invece ascoltare questa [...]