Patty Pravo: per una bambola e per me stesso.
Non è tanto che si parli di una canzone o di una nota.
E’ piuttosto una sera particolare di un’età altrettanto particolare in cui stai in casa nascosto nell’ombra del tuo nulla, perché non hai ancora capito cosa vuoi fare da grande. E pensi che “uscire” come fanno i tuoi coetanei non faccia per te.
Patty che scende le scale in un mediocre Sanremo, uno di quelli dell’era del playback (per la cronaca vinsero Al Bano e Romina Power).
Patty con gli occhi di Bette Davis persi in visioni indotte forse artificialmente e dunque non intellegibili ai più.
Patty geisha di sé stessa o meglio di un’idea di sé stessa rincorsa e forse mai raggiunta. In ogni caso difesa ad alto prezzo.
Patty alle prese con uno dei suoi innumerevoli ritorni, forse quello per cui spese la più alta percentuale del suo passato, del suo capitale iconografico: la bambola.
Scende le scale, guarda nel vuoto e a quei tempi per me fu come essere guardati dentro perché allora era strano avere un “interno” dato che quelli erano gli anni dell’”esterno”, dell’euforia dell’apparire, delle spalle imbottite, dei Duran Duran e tutti i loro seguaci.
Canta Patty un testo malinconico, racconta di sofferenze femminili, ci lascia immaginare che sia lei intenta a cercarsi in un passato, uno qualunque, basta che serva per ricostruire un futuro pieno di buoni propositi perfetti per essere disattesi.
Forse solo alla ricerca di uno sbaglio di quelli dai quali si può dire di aver imparato qualcosa. Mentendo.
Un brano delicato, edonisticamente didascalico, splendidamente affogato dentro un arrangiamento fine a sé stesso con lei appesa ad un filo, sospesa nel vuoto come un improbabile angelo in un presepe vivente di provincia.
Con quella voce avrebbe potuto cantare qualunque cosa , anche “Tu scendi dalle stelle” ma scelse di cantare le parole di Maurizio Monti (già raffinato autore del grande successo Pazza Idea) lasciandoci credere che erano per lei. Lasciandoci solo un concetto chiaro: quello della distanza, dell’assenza e del fascino dell’irraggiungibile.
Quelli erano anni finti, solo io allora credevo fossero veri ed entusiasmanti. Solo io quella sera le credetti e lei lasciò che pensassi che era tutto vero. Così io la amai e lei mai mi tradì lasciandomi in dono una cosa speciale, preziosa, unica e però davvero semplice: il ricordo di me stesso in quel preciso istante.
P.S. perdonerete il pessimo audio, i ricordi non suonano in hi-fi ; )
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