L’inascoltato

Patty Pravo: per una bambola e per me stesso.

Posted in canzoni by gffornaciari on 23 maggio 2011


Non è tanto che si parli di una canzone o di una nota.
E’ piuttosto una sera particolare di un’età altrettanto particolare in cui stai in casa nascosto nell’ombra del tuo nulla, perché non hai ancora capito cosa vuoi fare da grande. E pensi che “uscire” come fanno i tuoi coetanei non faccia per te.

Patty che scende le scale in un mediocre Sanremo, uno di quelli dell’era del playback (per la cronaca vinsero Al Bano e Romina Power).

Patty con gli occhi di Bette Davis persi in visioni indotte forse artificialmente e dunque non intellegibili ai più.

Patty geisha di sé stessa o meglio di un’idea di sé stessa rincorsa e forse mai raggiunta. In ogni caso difesa ad alto prezzo.

Patty alle prese con uno dei suoi innumerevoli ritorni, forse quello per cui spese la più alta percentuale del suo passato, del suo capitale iconografico: la bambola.

Scende le scale, guarda nel vuoto e a quei tempi per me fu come essere guardati dentro perché allora era strano avere un “interno” dato che quelli erano gli anni dell’”esterno”, dell’euforia dell’apparire, delle spalle imbottite, dei Duran Duran e tutti i loro seguaci.

Canta Patty un testo malinconico, racconta di sofferenze femminili, ci lascia immaginare che sia lei intenta a cercarsi in un passato, uno qualunque, basta che serva per ricostruire un futuro pieno di buoni propositi perfetti per essere disattesi.
Forse solo alla ricerca di uno sbaglio di quelli dai quali si può dire di aver imparato qualcosa. Mentendo.

Un brano delicato, edonisticamente didascalico, splendidamente affogato dentro un arrangiamento fine a sé stesso con lei appesa ad un filo, sospesa nel vuoto come un improbabile angelo in un presepe vivente di provincia.

Con quella voce avrebbe potuto cantare qualunque cosa , anche “Tu scendi dalle stelle” ma scelse di cantare le parole di Maurizio Monti (già raffinato autore del grande successo Pazza Idea) lasciandoci credere che erano per lei. Lasciandoci solo un concetto chiaro: quello della distanza, dell’assenza e del fascino dell’irraggiungibile.

Quelli erano anni finti, solo io allora credevo fossero veri ed entusiasmanti. Solo io quella sera le credetti e lei lasciò che pensassi che era tutto vero. Così io la amai e lei mai mi tradì lasciandomi in dono una cosa speciale, preziosa, unica e però davvero semplice: il ricordo di me stesso in quel preciso istante.

P.S. perdonerete il pessimo audio, i ricordi non suonano in hi-fi ; )

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Adele: il dono

Posted in artisti by gffornaciari on 13 maggio 2011

E sei lì che come al solito guidi e ascolti quel prezioso parallelepipedo luminoso con lettere e numeri che i più chiamano autoradio e che però è molto di più.

E qualcosa esce e ti passa attraverso. E’ una musica, una voce. E poco conta se chi la sta usando sia conosciuta o famosa o destinata a scomparire la prossima settimana. Poco conta.

Quello che conta è che ti apre a nuovi scenari,

che la senti come un fiore che si apre, come un vino che lascia nella tua bocca il sapore impaziente di tutti gli anni passati ad aspettarti al buio di una cantina, come un’emozione che si rivela dentro un’altra e un’altra ancora e capisci che qualcuno su questa benedetta terra ha “il dono”.

E sono queste le cose che ti fanno pensare che se Dio non esiste, beh da qualche parte qualcuno sta pensando a te e a quello di cui tu hai bisogno: perchè il dono non si compra e non si vende, il dono te l’hanno dato e ti appartiene. E Adele ce l’ha.

Una voce che concentra tutti i sensi e perdona ogni difetto, una voce che ti invita e quasi ti sfida ad entrare, che non si nasconde né si nega, una voce che potresti interpretare come sincerità.

E tutte le volte che diventa rauca e aggressiva sono proprio quelle volte che più delle altre rivela la propria fragilità e desta in te il desiderio di proteggerla e accarezzarla, perché la voce quando è grande voce è femmina.

E poco conta se Adele si perde ad usare le mani per disegnare le curve della sua voce, i gesti per continuare là dove la voce si spegne e te la devi immaginare come qualcosa che desideri e non hai più.

Questa è la più bella voce che ho sentito negli ultimi tempi: un insignificante giudizio e un grande piacere, quattro minuti che diventano giorni, il noto che diventa inascoltato.

Hallelujah…il mio secondo post di Natale.

Posted in canzoni by gffornaciari on 23 dicembre 2010

Possiamo anche far finta che tra qualche ora non sia Natale, ma in fondo abbiamo bisogno di pensare che lo sia.
E lo sarà.
Perchè ne abbiamo bisogno.
Perchè Natale è un traguardo e noi che siamo nati per correre abbiamo bisogno di un fine.
Abbiamo bisogno di paesaggi innevati, di luci che ci raccontino che da qualche parte c’è pace e serenità quando dentro e intorno a noi c’è tormento.
Abbiamo bisogno di un ideale, di purezza, di un signore vestito di rosso con la barba che sorride ai bambini, di fare un regalo a chi durante l’anno non sappiamo nemmeno parlare di noi.
E’ il sogno, è il nostro essere “temporanei” e allo stesso tempo il nostro fottuto desiderio di essere immortali…almeno sottoforma di ricordo.
Di caldo ricordo, di battito cardiaco accelerato, di cinque centimetri che sappiano sollevarci da quella terra alla quale qualche maledetta legge fisica ci costringe a stare attaccati.
E allora c’è qualcosa di meglio di una canzone come Hallelujah scritta da Leonard Cohen nel 1984, proposta in più di 180 versioni e diventata icona stessa della fragilità e della memoria ad opera di Jeff Buckley?
E’ Natale e vorrei che oltre a Gesù nascesse di nuovo Jeff Buckley.
Come i Re Magi andrei a trovarlo e gli farei un regalo perchè lui potesse ricordarsi di me allo stesso modo in cui io in questo momento mi sto ricordando di lui.

L’arte merita indulgenza: Richenel e George Michael

Posted in artisti, canzoni by gffornaciari on 30 aprile 2010

Non so se ce la fate: io sì. Quando si parla di arte e di musica in particolare non riesco a farmi condizionare da nulla e mi abbandono a quel minuscolo o immenso pezzo di destino che ogni emozione si porta dentro.

L’arte non è e non deve essere un modello di vita e valori per nessuno credo, la musica non è sempre un messaggio positivo. A volte è un grido lanciato nel vuoto, altre un pugno in faccia a chi vorrebbe essere baciato. Spesso è bellezza. Pura.

Richenel, artista minore olandese, androgino, atteggiato…chissenefrega.
Artista da disco music di qualità media ma gran voce, buona capacità di espressione.
Richenel che ad un punto della sua carriera incrocia (e non mi interessa come) George Michael rubandogli una canzone e sperando che questo momento sia la svolta. Ma non lo sarà.

George Michael che ha lasciato alla musica molto di più di quello che aveva, che ha segnato prima di tutto sé stesso come persona, pagando caro il suo sentirsi divino.
George Michael elegante autore e immenso interprete ricordato soprattutto per una Careless Whisper obiettivamente indimenticabile. Per chi ci è passato in mezzo e si porta ancora gli abiti umidi di quella nebbia che c’era lì dentro. E non ha mai voluto asciugarli

L’ho cantata molte volte, l’ho sentita mia giudicando quest’uomo per quella canzone e per nient’ altro.
Magari poi per il suo ribellarsi a certo logiche l’ho stimato. Ma certo non adorato come per questa scrittura.

E poi oggi. Sì proprio oggi scopro che Are You Just Using Me, canzone semi-sconosciuta ma da me adorata da sempre, è stata scritta da lui per Richenel. E mi viene da dire che nulla è per caso.

L’arte merita rispetto. L’arte merita indulgenza e, se è capace di darti qualcosa, va difesa contro chi pretende di addomesticarla o classificarla o anche solo spiegarla.
L’arte, per chi la esprime e per chi ne gode è semplicemente un’opportunità di salvezza.
E forse è proprio per questo che merita tutta la nostra indulgenza.

Sade: diventare grandi invece che invecchiare.

Posted in canzoni by gffornaciari on 2 marzo 2010

Uff…25 anni…è così devastante guardarsi indietro.
E del resto meglio non farlo, almeno non con nostalgia, come il fatto di avere più tempo “passato” che “da passare” spesso ti potrebbe portare a fare.

25 anni fa, Sade era nel suo splendore.
Nata nel 59, quelli erano i suoi 26 anni e quella era la sua bellezza e la sua eleganza estrema.

La sua voce un po’ monocorde, instabile sulle note e soggetta a quelle piccole sfumature rauche che le rendevano irresistibile era come un drappo di velluto accarezzato dal verso sbagliato.


Guardatela quando si toglie la giacchetta (l’inevitabile “spencerino” anni ’80, un po’ spanish, un po’ tamarroland”) svelando così la sua schiena nuda in pieno stile sexy understatement: classe difficilmente eguagliata prima e dopo di lei. Pura adorazione per quanto mi riguarda.

E dopo tante canzoni straordinarie spese a spargere femminilità e classe in un mondo di uomini e testosterone eccola che torna.


E non mi voglio neanche chiedere perché. Di Sade, della sua eleganza c’è sempre bisogno.
Ma ora siamo a 50 anni e non è che Sade torna facendo finta che non sia così. Si sarà anche data una ritoccatina qua e là. Ma diventare “grandi “(per usare un eufemismo) con classe non è da tutti. E lei ritorna “grande”. Tanto donna quanto prima era ragazza. Comunque e sempre femmina.

“I’ve lost the use of my heart
But I’m still alive”

Canta Sade. Chissà che avrà fatto. Avrà vissuto probabilmente. Che dite?
Probabilmente di questo pezzo potevamo anche fare a meno. Di un nuovo album come quello appena uscito forse (anche se sta vendendo di brutto).
Di lei, del suo stile, della sua femminilità onestamente no.

Deacon Blue: “Loaded”. Quale sarà la “tua” canzone?

Posted in artisti, canzoni by gffornaciari on 12 febbraio 2010

C’è questo libro.
L’ho letto anni fa, qualcosa mi è rimasto. Soprattutto un concetto:

la musica registrata ha rivoluzionato i meccanismi di fruizione imperanti in precedenza.

Prima andavi ad un concerto, come sentivi la musica dipendeva da che razza di giornata avevi avuto, da chi ti stava vicino, dal meteo…che ne so. In ogni caso succedeva lì: il risultato finale dipendeva da quel momento specifico.

E poter registrare la musica su un supporto (prima magnetico, ora digitale) e portarla con te per ascoltarla in un posto diverso da dove era stata suonata originariamente non fu solo un fatto di comodità, era un modo di usare la musica come un vestito per tante occasioni, qualcosa che fosse molto di più che l’evento in sé stesso.

Evolvendo verso un modello di fruizione più ampio: da semplice sottofondo di un chiaccherio a colonna sonora di momenti decisivi.

Potenziando decisamente il potere evocativo che ogni musica ha, lasciandolo arricchire delle proprie esperienze personali. Qualcosa di user generated emotions che nessun autore su questa terra potrà mai prevedere nel momento in cui scrive ed esegue una canzone.

E se ci pensate questo è fantastico.

Potrei scrivere una canzone per i fatti miei e farla diventare quella dei fatti di qualcun altro, quella del primo bacio, del primo cuore spezzato, dell’ultima alba vista assieme…che ne so. Non fatemi fare il poeta.

Ed ecco la canzone.

Deacon Blue, una band minore di scottish pop dei tardi anni 80 da queste parti poco conosciuti direi.
Leggete qua di loro.

A me interessa farvi ascoltare questa canzone “Loaded” che per me, a prescindere da quello che avevano in mente quando l’hanno scritta, ha sempre rappresentato alleggerimento, raccoglimento in mè stesso per cercare di farcela a superare i momenti duri.

E nonostante il terribile video anni 80 così fuori luogo con Ricky Ross fantastico cantante a scimmiottare l’ingiustificato ottimismo dell’epoca, questa rimane una grande canzone

E se anche non lo fosse per tutti, lo sarà sempre per me: questa è la forza della musica.

Song to the siren: ancora Elizabeth Fraser

Posted in canzoni by gffornaciari on 5 febbraio 2010

Ho già scritto di lei .
Ma non so se sia scrivere la cosa giusta da fare con lei.
Suggerirei invece ascoltare questa intensa e definitiva intepretazione.

Dalla quale comprenderai che il talento non si crea, nè si sfida, nè si vince. Si ha e basta.

Che il timbro della voce te l’hanno dato (genitori? Dio? San Pietro? boh!!!) e non l’hai deciso tu.

E se sei capace di cantare una canzone con una chitarrina con il delay e basta.
E se riesci ad aprire il cielo e a far stringere le persone che ti stanno ascoltando intorno a te nel timore che lo stesso cielo cada…beh qualcosa hai fatto.

E allora cantare è come ringraziare chi ti ha dato questo dono, perchè la voce di Elizabeth da piacere

Piacere puro.

Piacere incontestabile.

Non è l’accademica preparazione o l’intonazione di un sorridente (o commosso…dipende se ha vinto o meno) cantate da talent show.

Non è indugiare su sè stessi. E’ darsi piuttosto.

Chi canta lo sa: è il massimo del rendersi vulnerabile, dello spogliarsi di fronte al mondo.

“Song to the siren” è parte del progetto This Mortal Coil dell’etichetta 4AD che negli anni 80 regalò al mondo artisti come Bauhaus, The The ecc ecc.

Ma non voglio fare storia…la storia la fanno le canzoni e il loro potere di superare il tempo e lo spazio.

Voglio solo dirvi che questo capolavoro esiste e se riuscirò a farvelo ascoltare il mio poco frequentato blog avrà reso un grande servizio alla cultura e all’arte musicale: un vero onore imho.

“She cries on every tune”: Teardrops by Womack and Womack

Posted in canzoni by gffornaciari on 22 gennaio 2010

Bisognerebbe immaginarsi la palla con gli specchietti che dominava la pista in certe discoteche negli anni 80 (forse anche adesso…ma chi ci va più :)). Discoteche perse dentro settimane bianche o in weekend al mare. Trovate senza essere troppo cercate. Vissute più che suonate.

I fasci di luce riflessi che bucavano ogni tipo di pensiero, specie quelli negativi.

C’è stato un tempo per canzoni come queste. Arrotolate intorno a magiche sequenze d’accordi e suoni morbidi segnati da ritmiche serrate. No Pro Tools, no auto-tuner.

Cosa vi ricorda? Niente? Meglio niente che la versione di Elton John comunque…

Ma chiudete gli occhi e dimenticatevi chi siete e quanti anni avete, tanto un passato ce l’avete tutti no?.

Chiudete gli occhi e perdete voi stessi nell’ultimo dei pensieri in cui vorreste essere sorpresi.

Chiudete gli occhi che magari questo video così naif non merita la vostra attenzione e però aprite le orecchie che invece la musica sì.

Sapete, il senso di queste canzoni è il senso stesso della dance music: forget everything and dance!. Dio benedica chi l’ha inventata.

River: il mio post di Natale

Posted in canzoni by gffornaciari on 23 dicembre 2009

Ci ho messo un po’. Ci sono milioni di canzoni di Natale di cui scrivere.
Ma alla fine ho scelto questa qui.

Un po’ perché l’ha scritta Joni Mitchell (la prima grande artista che ha saputo parlare di sé in quanto donna: è questa, anche a detta di Rolling Stone, la grande rivoluzione di un album come Blue, dove si trova la versione originale di questo brano) e un po’ perché questa interpretazione di Corinne Bailey Rae e una serie di musicisti che ti farebbero voglia di appendere qualunque forma di strumento al chiodo è eccezionale.

La cover la trovate in The Joni Letters di Herbie Hancock (il genio che suona il piano) album di cover di Joni Mitchell che nel 2008 ha vinto il Grammy Award come miglior album dell’anno. Ma non in questa versione.

Beh, torniamo a questa canzone.

Joni è triste:

Arriva il Natale e dove lei si trova non nevica e tutto quello che vorrebbe è un fiume su cui pattinare.
Queste sono cose da donna…il Natale centra il giusto, un uomo scriverebbe una semplice canzone d’amore finito, Joni invece ci racconta che anche se ha fatto scappare il miglior fidanzato che aveva mai avuto…beh chi se ne frega! Vuole andarsene pattinando: lei è troppo “difficile da maneggiare, troppo egoista” e quello che le serve in definitiva è un fiume, ghiacciato su cui pattinare via.

E parliamo di Corinne, circondata dal meglio del jazz set di sempre ad Abbey Road. Questi fanno le “take”, mica vivono sull’editing. Questi suonano sul serio.

E allora lei chiude gli occhi e va. Non li apre, “no way”, e sorride…ah che bello le cantanti che sorridono. A me viene in mente Diana Ross che quando la senti cantare con le Supremes ancora oggi senti che sta sorridendo: irraggiungibile.

E allora canta magnificamente su questo tappeto pregiato di suono e colori.

E allora si concede con i movimenti del corpo…ma il giusto, senza esagerare!

E gli occhi li riapre quando l’ultimo fruscio sonoro se ne è andato: qualcuno avrebbe potuto capirla e violentare questo delicato momento. E lei semplicemente non voleva.

Buon Natale!

Robert Smith: Pictures of You…what else?

Posted in canzoni by gffornaciari on 1 dicembre 2009

Avete mai sentito il cuore muoversi a vostra insaputa, stringersi ed allargarsi a suo piacimento come il vento quando cercate di passarci in mezzo?

Avete mai sentito una canzone come questa suonare in una sera di “non ancora inverno” e raccontarvi che l’inverno ed ogni forma di freddo si può scaldare con una musica?

Credo che Robert Smith in questo capolavoro di sintesi di tutto quello di cui è stato protagonista: dark, punk, new waves varie, abbia raccolto un sentimento, lo abbia fatto accomodare su due semplici accordi, assecondato con la più semplice delle ritmiche. Lo abbia reso immortale e definitivo.

Credo ci abbia fatto un regalo, da tenere sul comodino come una fotografia.

Quando ascolti questo suono non sei interessato a chi l’ha suonato, se leggi queste parole non hai ambizione di sapere chi le ha parlate.

Non ci sono date precise, persone o visi. Ci sei tu, piuttosto.

La musica a volte ha la capacità di essere “te”.

E anche un vecchio incallito musicista come il sottoscritto che vorrebbe parlarvi del delay usato, di come la pennata in sedicesimi sia quella che più “avvolge” e rende partecipi del pulsare misterioso della musica, si rannicchia su sé stesso e decide che…ha già scritto anche troppo.